Ti va di venire?

Katia era seduta al tavolo e aspettava l’arrivo di Tom. Si era messa un vestitino giallo; aveva i capelli lunghi in parte raccolti dietro la nuca e in parte le cadevano lisci sulle spalle nude. Aveva grandi occhi scuri e la bocca coperta da un rossetto color rosso sangue.
Nel locale i camerieri correvano con più piatti in mano. Attorno c’era molto rumore e un gran viavai di folla. Un cameriere si avvicinò al tavolo di Katia. Era un uomo alto, sottile, con addosso un grembiule un poco sporco:
– Mi dispiace signora ma non può più aspettare al tavolo. Vuole per cortesia accomodarsi al bar.
– Mi dia ancora cinque minuti per piacere – disse Katia, e guardò verso l’entrata del locale – il mio amico dovrebbe arrivare a momenti.
Il cameriere si chinò un po’ in avanti:
– Mi dispiace signora, ma abbiamo già assegnato il tavolo. Quattro persone aspettano da più di trenta minuti.
– Se proprio insiste…
Tom entrò nel ristorante.
– Eccomi, scusa per il ritardo – Tom si fece in avanti, scostò la sedia dal tavolo, si tolse il giubbotto e si mise a sedere.
Aveva i capelli rialzati in cima alla testa, un po’ in disordine, occhi stralunati, le guance rosse. Indosso aveva una camicia con ampio colletto rovesciato.
– Signore – intervenne di nuovo il cameriere rivolgendosi a Tom – mi dispiace; come dicevo alla signora il tavolo non è più libero.
– Che cosa vuole dire? – protestò Tom.
– Dovreste aspettare che vi venga assegnato un altro tavolo – ripeté il cameriere.
Tom si portò una mano ai capelli:
– Questo tavolo va bene!
Il cameriere esitò un istante; poi si allontanò.
– Tom andiamocene – disse Katia.
– Perché? A me sembra un bel posto.
– Non mi va più di rimanere,
Katia si alzò, Tom rimase a sedere:
– È sabato sera, non troveremo più un locale decente.
– Mi è passata la fame Tom.
Il cameriere tornò al loro tavolo.
– Signori mi dispiace proprio, siete pregati di lasciare questo tavolo. Vi offriamo un aperitivo al bar.
– L’aperitivo lo prendiamo volentieri qui – disse Tom.
– Signore un altro tavolo sarà libero tra quindici minuti.
– Non voglio saperne e ci porti quell’aperitivo offerto!
– Tom per piacere, andiamocene! supplicò Katia.

Fuori nel parcheggio Tom non riuscì più a trovare la sua motocicletta.
– Mi hanno portato via la moto!
– Sei sicuro Tom?
– Era qui! Maledizione!
Tom corse su e giù per il parcheggio. Ritornò da Katia: – Me l’hanno proprio portata via!
– Mi dispiace Tom.
– Che città di merda!
– Tom devo parlarti.
– Sì.
– Ho la macchina, prendialmo la mia – propose Katia.
– Andiamo…
Katia gli aprì la porta, girò attorno la macchina e salì anche lei. Mise in moto e uscì dal parcheggio. – Dove andiamo? – chiese Tom.
– Non so, ti porto a casa –disse Katia.
– Katia, la serata è appena iniziata non lasciamocela rovinare per un paio di stupidi incidenti.
– Tom devo parlarti. Non mi va tanto divertirmi questa sera.
– C’è qualcosa che non va?
– No, no… e che voglio farla finita.
– Cosa vuoi?
– Questa notte mi uccido.
– Che cosa dici?
– È per questa notte Tom.
– Si può sapere che ti succede?
– Non te ne ho parlato. Pensavo che non ti riguardasse.
– Come fai a dire una cosa del genere?
– Negli ultimi due mesi ci siamo avvicinati molto. È stato bello averti vicino, Tom. Per questo te ne parlo ora…
– Ora? A pochi minuti dal tuo suicidio mi vieni a raccontare questo?
– Mi dispiace… fino a oggi pensavo che non dovevi saperlo.
– E come mai hai deciso altrimenti?
– È perché so che mi ami.
– Già, e questa è una ragione per ammazzarti?
– No. Sto solo dicendo che ho deciso di dirtelo perché tu mi ami.
– Allora lasciami capire: questa notte vuoi toglierti la vita. E visto che io ti amo, hai pensato bene a venirmelo prima a raccontare.
– Sì.
– Sì?
– Sì.
– Tutto qui?
– Tutto qui.
– Bene.
– Lo temevo non poteva andare altrimenti. Ma te l’ho detto.
– O. K. piccola, ferma la macchina. Voglio uscire. Katia accostò la macchina al marciapiede. Tom aprì la porta.
– Ammazzarti?! Come diavolo credi che rimarrò? – disse Tom.
– Di merda, certamente.
– E questo ti fa piacere?
– No… in un modo o nell’altro ti saresti sentito male.
– Cristo!
– Pensavo che tu mi amassi… pensi solo al tuo proprio dolore.
– Ho qualche altra scelta?
– No, hai ragione.
– Allora ammazzati.
Tom uscì dalla macchina, chiuse la porta e se ne stette lì, fermo sul marciapiede.
Katia pigiò sull’acceleratore e Tom guardò la macchina allontanarsi. Si sentì sopraffare dalla rabbia. Ma che cazzo aveva appena sentito! Erano due mesi che si conoscevano. Avevano fatto all’amore. La loro storia andava avanti bene. Era proprio vero; le pazze potevano capitare solo a lui.
Scese dal marciapiede e si portò sulla strada, alzò un braccio – cosa avrebbe potuto fare? ripeterle che l’amava? convincerla che un suicidio era una pazzia?

– Può andare più veloce!
– Rischio la mia licenza signore – disse tranquillo l’autista.
– La prego cerchi di andare più veloce.
– Va bene va bene, sta forse andando a salvare la vita a qualcuno?
No. Tom sapeva che non avrebbe fatto niente per salvare Katia. Katia gli aveva chiesto di aiutarla a uccidersi. Lo aveva capito; per questo era arrabbiato. Ora voleva solo arrivare a casa, starsene solo e dimenticare tutta la faccenda.
Le strade della città erano piene di macchine e tutte procedevano a rilento. Tom ascoltò il rumore delle gomme girare sull’asfalto. Si sorprese di sentirsi calmo. Non riusciva a capirlo. Ma era fatto così. In fondo era un bastardo, pensava, e l’unica cosa che voleva era quella di stare bene. Si mise allora a guardare dai finestrini della macchina; la città gli passava davanti. Quante cose avrebbe ancora sbagliato prima di imparare a vivere. Incontrare una ragazza, amarla ed essere amato. Costruire assieme qualcosa di bello. Insomma. Per fortuna l’autista stava zitto.
Poi all’improvviso vide la sua moto parcheggiata davanti un negozio di liquori.
– Si fermi! – gridò Tom.
– Cosa? – chiese l’autista e incominciò a rallentare.
– Mi fermo qui! Si fermi!
– Sì sì un attimo! – L’autista accostò la macchina al marciapiede.
Tom estrasse una banconota dalla tasca del giubbotto, la consegnò, aprì la portiera e uscì sulla strada.
Si avvicinò alla moto. Era proprio la sua moto. Poi si allontanò di qualche passo e aspettò accanto a un telefono pubblico.
Pensò di chiamare la polizia ma proprio in quel momento un tizio uscì dal negozio e s’accostò alla moto. Era basso e magro; capì che poteva avere la meglio su di lui. Tom si precipitò in avanti.
– Senta, pezzo di merda. Cosa crede di fare? – disse Tom e lo afferrò per un braccio. L’uomo con uno strattone si liberò dalla presa e si lanciò sulla strada. Evitò con un balzo una macchina e attraversò veloce la carreggiata. Qualcuno frenò, qualcuno suonò il clacson. Tom si era portato fino al bordo della strada inseguendolo; poi si fermò. Perché rischiare la propria vita!

Il ponte si stendeva alto tra due colline della città. Katia si fermò quasi a metà del ponte, scavalcò il parapetto, appoggiò i piedi sulla cornice, si girò e rimase lì diritta in piedi. Aveva le braccia allungate dietro la schiena e con le mani si teneva al parapetto. Avrebbe dovuto solo aprire le mani e sarebbe caduta in avanti. Sotto di lei c’era la città e il luccichio dell’acqua tranquilla del fiume. Era bello da guardare. Katia era in linea verticale sopra il corso d’acqua. Alcune auto passando suonarono. Katia doveva sbrigarsi.

Tom portò la moto in garage. Chiuse il portellone ed entrò in casa. Accese la luce, chiuse la porta di casa a chiave e si buttò sul divano. Cosa doveva fare?
Porco mondo. Si sentì solo.
Il telefono squillò.
Tom tolse dal fornello la pentola con il sugo di pomodoro e alzò il ricevitore del telefono della cucina.
– Pronto?
– Sono io.
– Ciao. Brutta serata vero?
– Mi dispiace Tom.
– Sto preparando della pasta al pomodoro. Ti va di venire?
– Arrivo. Ti voglio bene Tom.
– Dai, vieni che ti aspetto.

 

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