Grandezza d’animo

Il bambino afferrò il fagottello e in punta di piedi incominciò a scendere la scala scricchiolante. Attraversò il salone e trovò la porta chiusa a chiave. Senza far rumore l’aprì.
Luigi, era fuori. La notte lo avvolse, si guardò attorno, poi piano piano tornò indietro, risalì di sopra e si buttò bocconi sul letto.
– Tutto qui? – disse la sorella entrando nella stanza.
Luigi si asciugò una lacrima sul cuscino.
– Domani. Fa troppo freddo,
– Sei solo un vigliacco – continuò la sorella.
– Solo ancora per un giorno – rispose Luigi, e si mise a sedere sul letto.
– Confessa Luigi… hai paura!
– No, non ho paura!
D’un tratto lei si avvicinò e gli mollò un doloroso ceffone sulla guancia rosea.
Luigi si mise a piangere:
– Io con te non vado più a giocare in giardino.
– Non m’importa più del nostro giardino – rispose lui – sei solo cattiva!
– Domani notte, se non ci vai, io ti brucio.
– Cattiva, cattiva,
– E non hai ancora visto niente.
– Non sono un vigliacco!
– Certo, che lo sei, fifone e fifone; e domani notte ci devi andare!
– Te lo giuro, domani ci vado.
– Solo se prima mi avrai pulito le scarpe.
– Pulirò anche le tue scarpe.
– Bene, allora ti perdono – e la sorella uscì dalla stanza.
Luigi pianse ancora un poco, poi si animò. Afferrò di nuovo il fagottello e in punta di piedi uscì di casa.
Era di nuovo fuori, il freddo lo avvolse e si guardò attorno. Piano piano continuò camminando lungo il marciapiede. Incrociò un ubriaco che passava bestemmiando, allungò ancora per una cinquantina di metri e girò sulla sinistra. Davanti la porta di una casa depose il fagotto. Poi scattò e si mise a correre pieno di terrore.
Arrivato a casa indugiò un poco appoggiato dietro alla porta, poi salì di sopra e fece scricchiolare le scale. Udì nel buio corridoio i passi di Teresa.
– L’ho fatto, l’ho fatto – gridò allora Luigi alla sorella.
– L’hai portato?
– Sì, adesso non mi bruci vero?
– Dimmi, lo hai messo davanti la porta?
– Sì sì, l’ho messo davanti a quella porta.
– La porta rossa, vero?
– Sì, la porta rossa.
– Bene.
– Vero che domani andiamo a giocare in giardino?
Lei stava già per andarsene, ma si fermò e volse il capo verso Luigi, poi aggiunse:
– Mostrami le mani… hai toccato qualcosa!
– No.
– Eppure hai toccato qualcosa, guarda come sono sporche. Adesso la polizia scoprirà le impronte digitali!
Gli diede un altro ceffone. Poi, lo colpì una seconda volta, e poi una terza: – Per farti perdonare, mi devi ancora pulire le scarpe!
Luigi rimase fermo, col viso nascosto tra le mani; confuso piangeva.
Era accaduta una cosa che non riusciva assolutamente a spiegarsi, era anche certo però che sarebbe bastato che si fosse corretto per essere perdonato; non capiva come sua sorella potesse picchiare in quel modo, lui così piccolo e stupidino, ma fra non molto sarebbero diventati allegri e sarebbero andati a giocare in giardino e la vita avrebbe ripreso ad essere così bella.
Luigi s’infilò il pollice nella bocca e ritornò nella stanza e pensò ancora alle parole digitale, genitale e impronte.

 

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